Il pianista

Dentro al locale rigonfio di voci farneticanti, tra le urla di eccitamento per fatti ignoti e gli schiocchi delle stecche del biliardo, stava un vecchio pianoforte, in legno chiaro, contro una parete di un color arancio acceso. C’era un ragazzo seduto, forse sui ventisette; suonava quella che aveva l’aria di un’improvvisazione jazz. Scarpe e giacca in pelle, jeans troppo larghi alle caviglie, pizzetto e basette divisi da una macchia grigia per la mancata rasatura del mattino. Sulle prime non badai a ciò che suonava, ma rimasi ugualmente a fissarlo. Fissavo i suoi movimenti, i gesti nevrotici che si trasformavano in un’ipnosi. Sembrava stesse litigando coi tasti, con l’asse stesso del pianoforte. Forse era sesso. Tirava tremendi scossoni allo strumento piantando le dita sulla tastiera senza la minima cura. Il mio sguardo balzò sul bicchiere di birra in bilico sul pianoforte, che ad ogni scossa scivolava sempre più vicino al bordo, incombendo sulla tastiera stessa.
Un attimo di silenzio. Il pianista si era fermato; le mani erano sospese sopra i tasti che scintillavano alla luce delle applique. Una pausa inquieta, quasi forzata: le dita tremavano come avessero vita propria, come magneti che cercano di divincolarsi dalla presa quando il loro opposto è vicino. Cominciai ad avvertire un vago senso di apnea e mi volsi verso il resto del locale, scrutando i volti dei presenti, cercando di intuire i loro pensieri. Nessuno dei loro sguardi lasciava trasparire la stessa ansia che mi prendeva alla gola. Forse giusto alcune ragazze sedute a un tavolo, che facevano scivolare di tanto in tanto lo sguardo verso il pianoforte, riprendendo poi la conversazione tra loro. Per il resto, le persone in sala sembravano non notarlo affatto.
In un primo momento la cosa mi indispettì, ma tornando con gli occhi su di lui il nodo che mi stringeva rapidamente si sciolse. Il fatto che le altre persone non badassero al pianista non doveva stupirmi, perché lui non si trovava lì. I suoi occhi pendenti sulle dita nodose, che si allargavano sui tasti sfidando i limiti delle articolazioni, non stavano veramente guardando le dita; le punte dei piedi che battevano con ritmo forsennato il legno del parquet non stavano pestando quel pavimento. Il pianista si trovava solo apparentemente in quella stanza – perché colpito dalla stessa luce fredda che rende visibili tutte le cose attorno a noi, e noi stessi – ma la sua vera natura era rischiarata da un diverso tipo di luce, che non risiede nella consueta porzione di spettro che ci è data di vedere. Una luce che sfrutta frequenze sonore e viene vista dall’udito; che fa affidamento all’empatia di un ascoltatore fortuito per potersi trasmettere nello stesso modo in cui due corpi sanno di doversi stringere tra loro per scambiarsi calore.
Capito ciò, si spiegava perché oltre a me e pochi altri la maggior parte delle persone sembrasse cieca di fronte al pianista. Troppo concentrati sulle proprie vite, sugli avvenimenti recenti e sulla ricerca di una scopata facile nei bagni del locale o nelle vie laterali. Per godere di viste del genere bisogna porsi da estranei con se stessi, osservatori seduti ai limiti della stanza o appoggiati alle pareti. Defilati. Bisogna premere stop sul nastro infinito che manda la propria musica interiore e prestare attenzione a ciò che viene da fuori.
Il pianista finalmente si arrese alla forza delle dita, che imperversarono sullo strumento creando edifici di forme mai viste prima e sculture nell’aria, delimitate da fontane e parchi composti della stessa, immateriale, sostanza; una città si illuminava attorno a lui, vibrante di vita multiforme nelle strade e nei vicoli, vita che si distruggeva per ricrearsi di continuo, immergendosi a fondo nelle pieghe dell’anima. Quella che si dipanava davanti ai miei occhi non era una città qualsiasi, era una metropoli interiore. Ma le strade che si aprivano in ogni direzione, senza alcuno schema prestabilito, non portavano il nome del pianista sui propri cartelli. Al suo posto c’era il mio nome. E riconoscevo il mio volto impresso sui muri delle case e sulle facciate dei palazzi, man mano che mi sfilavano ai lati. Il pianista era il catalizzatore che interveniva nella reazione, ma la visione che avevo di fronte non proveniva da lui, ma da dentro di me. Stetti a lungo a godere di quella vista, scordando per contro il mondo tangibile attorno.
Quando il pianista smise di suonare, si stropicciò le dita, e si alzò dallo sgabello, fu come fosse saltata la corrente nel locale. Si trattò ancora una volta di una sensazione estremamente personale, che mi procurò un notevole fastidio. Qualcosa andato di traverso. Lo vidi muoversi con quel bicchiere, stupendamente in pericolo fino a un secondo prima, verso un tavolo più in là. Lo stesso delle ragazze intraviste mentre lui suonava – e a questo punto diedi per scontato che fossero sue amiche. Le salutò con un breve cenno della mano, una rotazione del polso che era ben poca cosa rispetto a più articolati movimenti che gli avevo visto fare, e si sedette in mezzo a loro.
In quel brevissimo lasso di tempo il pianista uscì dalla sala, per lasciare spazio al ragazzo forse sui ventisette, scarpe e giacca in pelle, jeans troppo larghi alle caviglie, pizzetto e basette divisi da una macchia grigia per la mancata rasatura del mattino, che parlava al tavolo laggiù in fondo con alcune ragazze. Lo vidi in un preciso movimento dei muscoli facciali, nel momento stesso in cui li vidi sollevarsi e tendersi, con grande fatica mi parve, per assumere un’espressione cordiale e divertita. Quello non era il volto del pianista. L’avevo osservato a lungo: i suoi muscoli erano del tutto rilassati, la sua espressione impassibile e a tratti ebete; le emozioni che riusciva a trasmettere, ben più di una. In quel sorriso accennato il pianista aveva lasciato il posto al ragazzo, il nastro della musica interiore aveva ripreso a girare anche per lui; e così, gradatamente, tornai anche io a badare al mio, mentre la sua figura sbiadiva sempre più ai margini della mia visuale.

Il Giorno dei Morti

Le lastre in porfido che componevano il selciato diretto alla casa di Louis erano disposte tutte su file regolari di dieci, eccezion fatta per quelle in concomitanza della curva di entrata nel vialetto antistante l’ingresso, smussate agli angoli. Questo sarà stato lungo una decina di metri, ed era accompagnato ai lati da due file di siepi, ciascuna di esse costituita in realtà da due blocchi di uguale dimensione, tali che giunti a metà vialetto circa, ci fosse da entrambi i lati uno spazio di circa novanta centimetri che consentisse l’ingresso nell’ampio giardino che cingeva l’enorme abitazione. Volgendo da lì lo sguardo indietro, nuovamente verso il selciato, balzava subito agli occhi l’imponente barriera arbustiva che delimitava i bordi del giardino, ben curata e spessa su per giù un metro e mezzo: un’ampia  muraglia sempreverde. Il colore di questa strideva fortemente con la stagione – era ormai autunno inoltrato – che già da tempo per gentile concessione del vento aveva fiaccato gli altri alberi presenti nel prato: cumuli di foglie giallo-rosseggianti erano sparsi qua e là, continuamente funestati dalle raffiche autunnali, mentre gli scheletri degli alberi resistevano stoici alla bassa temperatura, nonostante il tiepido bagno del sole delle undici.
La famiglia O’Donnell possedeva un cane, un bellissimo esemplare di Golden Retriever dal pelo candido macchiato qua e là di un tenue color bruno, che si faceva più intenso sulla punta delle orecchie e nei bordi intorno al muso. La sua cuccia restava sul lato destro della porta, avvicinandosi a questa dal vialetto, e occupava l’angolo del piccolo porticato semicircolare che offriva un utile riparo nei giorni di maltempo a chi volesse fumare o una fresca penombra nelle torride giornate estive, ideale per una dormita o per la lettura di un libro. Questo era sorretto da quattro robuste colonne di legno intagliate – e di legno era costituita del resto la parte esterna della casa – divise equamente ai due lati dei gradini che dal vialetto conducevano all’area coperta.
La prima cosa che solitamente gli ospiti di casa O’Donnell notano quando entrano nell’atrio sono le varie scene di caccia dipinte nei quadri appesi lungo la parete centrale  e a quelle laterali – a due busti d’alce di notevoli dimensioni era invece affidato il compito di ornare la parete d’ingresso.  Il padre di Louis amava andare a caccia nel tempo libero, ma né lui né Herbert – così si chiamava il cane, che spesso portava con sé più per darsi un tono che per una reale funzionalità – erano grandi esperti dell’arte venatoria: il massimo che la coppia era riuscita a portare a casa fu un leprotto moribondo che manco si spostò quando venne caricato il fucile e il cane in lontananza abbaiò per l’eccitazione o lo spavento. Superfluo dire che i due busti non furono opera del signor O’Donnell ma vennero acquistati in qualche asta online da un rivenditore ucraino. Nelle ampie stanze della casa vigeva il perfetto ordine e l’ambiente pressoché asettico stabilito dalla signora O’Donnell. Si occupava lei stessa delle pulizie il più delle volte, nei ritagli di tempo che il lavoro lasciava alla sua vita. Tutto questo con malcelato disappunto delle domestiche assoldate dal marito che, come previsto dal contratto, si presentavano nell’abitazione due volte a settimana (il martedì e il venerdì) all’orario prefissato, per poi vagare con aria contratta e gli occhi serrati alla ricerca di qualche granello superstite tra gli interstizi e gli angoli di stanze e arredamento.
Erano le undici di mattina del primo novembre, quando Louis imboccò il vialetto di casa. La cuccia di Herbert era vuota, segno che il cane doveva trovarsi in qualche anfratto della boscaglia che occupava lo spazio retrostante l’abitazione, oppure nel terreno lavorato dell’orto, in cerca di qualche lucertola o insetto da stanare. La madre di Louis difatti, pur amando la bestia con tutto il suo cuore, era una di quelle donne la cui vista di un pelo sul tappeto provocava violenti scossoni e stati d’ansia che neanche le sue amate tazze di Valium sarebbero riuscite a controllare, perciò aveva da tempo vietato a lui e a suo padre di fare entrare Herbert in casa – cosa che a Louis non dispiaceva affatto, tra l’altro. Non aveva mai gradito granché la compagnia di quelle quattro zampe; e fu lieto di non vederselo apparire ai lati, man a mano che si avvicinava alla porta d’ingresso. Entrò dentro, e con quella meccanica semplicità dettata dal ripetersi nel corso degli anni dei medesimi gesti, si tolse le scarpe posandole nell’ultimo cassetto della scarpiera a destra dell’ingresso, muovendosi poi verso la cucina per posare una sacca sportiva di tela, che produsse un lieve tonfo metallico non appena toccò il tavolo in vetroresina. Intenzionato a bere un sorso di tè freddo, aprì il frigorifero, senza soffermarsi sui bigliettini che sua madre vi aveva lasciato sopra, il suo sguardo attratto dai cumuli di foglie che si intravedevano dalla finestra. Rimase assorto per un paio di minuti forse, finché l’abbaiare di Herbert proveniente dall’orto dietro lo riportò in cucina. Raccolse nuovamente la sacca dal tavolo, dirigendosi dunque al piano superiore e poi lungo il corridoio che conduce alla sua stanza – l’ultima a sinistra. Si chiuse la porta alle spalle, girò la chiave.
Aveva sì e no tre ore di tempo, prima che sua madre tornasse. Il tutto di per sé non richiedeva grandi preparativi, e quel poco che serviva per la sua riuscita era stato meticolosamente preparato da un paio di mesi, ovvero quando l’idea prese forma nel suo modo più concreto. Non che non ci avesse mai pensato, ovviamente sì, e più volte, ma mai quei sentimenti passarono da un precario impulso confuso ed evanescente ad un tale stato di lucida ferocia, irreprensibile alle variazioni d’umore e all’avvicendarsi dei giorni. Uno stato che anche adesso cullava in sé, disteso sul letto, gli occhi dapprima fissi sulle tre lampadine longilinee contenute nel lampadario al centro del soffitto, per poi inseguire lungo la stanza le luci che rimanevano impresse nella retina, fino a che queste diventavano esili striature bluastre, infine più nulla. Si strofinò forte le palpebre, come appena sveglio, per rimettere a fuoco la stanza. Vagò con lo sguardo tra i mobili e i ripiani, rigonfi di libri, fino alla scrivania dov’era appoggiata la sacca, per poi spostarsi sulla parete alla sinistra del letto, sul pianoforte lì accostato. Decise di esercitarsi su una composizione vista recentemente, di un artista ungherese vissuto nella seconda metà dell’ottocento a Parigi e che, ammaliato dalla corrente decadentista, scrisse musica ispirandosi ai versi di Verlaine, condusse una vita al pari di Rimbaud, patì la  stessa morte di Baudelaire.
Louis amava estraniarsi dalla realtà che lo circondava. Quei libri disposti su file cronologicamente e tematicamente pensate provenivano da tempi ormai distanti, la luce che bagnava appena la stanza, dove le imposte erano rigorosamente abbassate, annullava la periodicità dei singoli giorni. Lo stesso valeva per la musica: studiava piano sin dall’età di cinque anni, e la sua insegnante privata (morta recentemente per un brutto male) gli aveva fatto naturalmente conoscere i maggiori compositori barocchi, settecenteschi e ottocenteschi, per introdurlo alla musica classica. A differenza di molti giovani musicisti però, i vari Pachelbel, Debussy, Wagner, non rappresentarono per lui solamente uno sforzo di tecnica e un allenamento costante finalizzato ad un miglioramento nell’esecuzione, ma una vera e propria fonte inesauribile di atemporalità. Un bisogno impellente di annullare ogni sorta di vincolo, di sentire come liberi i propri gesti, i propri pensieri. Ecco di cosa si trattava. Trovava anzi così odiosa quella schiera di melanconici nevrotici ai quali il suo psicologo tendeva ad accomunarlo. Non che l’avesse mai espressamente detto, del resto era un esperto nel suo lavoro, ma il tono artefatto e sfacciatamente gentile con cui veniva trattato, le domande che gli venivano fatte, i (rari) consigli che tentava di somministrargli, erano le medesime cose che riservava ad ogni piagnucolone entrasse nel suo studio. Questi si lamentavano per i propri insuccessi, per i torti subiti e per qualsiasi patetico motivo gli venisse in mente – riuscendo tra l’altro a coniugare perfettamente in loro stessi le due accezioni della parola patetico. Ma Louis, lo sapeva, era ben diverso da loro. Riteneva estremamente personale persino il modo con cui rigettava la sua intolleranza alla catena del tempo. Il fatto di immergersi nei libri e nella musica dei tempi passati, poteva sembrare una fin troppo ovvia soluzione; ma a differenza di qualche tedioso nostalgico lui non aveva una particolare predilezione per una qualche epoca piuttosto che un’altra: ciò che veramente gli stava a cuore era estrarsi dalla propria, come una sorta di compensazione – di limbo.
Erano passati ormai svariati minuti, quasi mezz’ora, da che aveva sistemato lo spartito bene al centro sul sostegno, e aveva posato le dita sui primi tasti (l’accordo iniziale era un Sol #). Avrebbe continuato almeno per un altro quarto d’ora, se non avesse sentito il campanello suonare. Il primo impulso fu un po’ di panico, credendo per un attimo che fosse già arrivata sua madre a casa, ma osservando l’orologio a muro posto sopra la scrivania si tranquillizzò: non sarebbe potuta arrivare prima di un paio d’ore: si era irrimediabilmente vincolata ad un nutrito gruppo di parenti anziani, che avrebbero lentamente passato a setaccio il cimitero carichi di fiori durante la mattinata, gioendo poi del fatto di essere ancora tra i vivi durante il pranzo, destinato a protrarsi lungo le prime ore del pomeriggio per dar spazio all’annuale partita di burraco – lei e zia Marie facevano coppia fissa da anni. E suo padre? Non era di certo possibile, aveva deciso di sfruttare il ponte per far visita ad un gruppo di amici che ancora si rifiutavano di trasferirsi da quel buco di paese dal quale anch’egli proveniva, e che distava almeno tre ore da casa sua. Inoltre la sera precedente aveva annunciato che sarebbe partito per le 8 di mattina – cosa poi verificata da Louis, ascoltando i vari movimenti dalla sua camera – e sarebbe rimasto là per tutto il giorno, tornando a casa giusto per l’ora di cena.
Chiuse delicatamente il coperchio della tastiera e si diresse verso la porta per girare la chiave. Prima di uscire dalla stanza poggiò anche la mano sulla sacca, il pensiero di portarla giù con sé lo sfiorò con lo stesso sapore intorpidente col quale provava la rigida consistenza dell’interno, ma (il campanello suonò di nuovo, e più insistentemente) alla fine la mano si ritrasse, e Louis scese le scale, da solo. Giunto all’ingresso guardò nello spioncino, aprì la porta. Era Annie.
- Scusa, non ti aspettavo, le disse con lo stesso tono strascicato di chi è stato appena svegliato nel mezzo di un sogno.
- Neanche io mi aspettavo il poco entusiasmo, rispose lei entrando nell’atrio. Dopo che Louis ebbe richiuso la porta alle sue spalle si voltò per baciarlo.
Annie era una coetanea di Louis, si erano conosciuti durante il corso del terzo anno di college a un saggio di musica. Suonava il contrabbasso. Era incredibile, se lo ricordava bene, come le sue dita sottili si muovessero con tanta agilità sopra i tasti del manico, dominando con altrettanta fermezza le quattro spesse corde dello strumento. Le era piaciuto – da sempre, gli confidò in una delle loro prime uscite al parco – avere il controllo delle cose, dettare i tempi e mostrarsi forte. Per cose del genere alcuni praticano sport rischiosi, studiano fino all’inverosimile, si comprano un animale domestico. Lei si affidò a uno strumento che guidasse gli altri nell’esecuzione. Guidò anche Louis, quella volta. Lo guidò talmente bene che a circa mezz’ora dalla fine del saggio, i due stavano ordinando dei caffè lunghi non zuccherati da portar via, in un bar non distante dall’auditorium. Il suo stare con lei a volte lo turbava, contribuendo ad intensificare quell’asfissia temporale di cui soffriva, ma le volte che metteva da parte la paura del comando altrui e si limitava a seguire le note che gli sussurrava all’orecchio, scopriva – sempre con un certo stupore – che si rivelavano tutte perfettamente adatte. E anche ora, mentre era seduto sul divano centrale del soggiorno e la osservava tirare fuori dalla borsa un film di cui da tempo esaltava la trama non convenzionale e la regia esemplare, Louis non poteva fare a meno di pensare che Annie era nella sua vita come una linea di basso, di quelle che raramente stonano.
- Che fai? le chiese tutto a un tratto, riemerso dalla fossa dei suoi pensieri, vedendola armeggiare col dvd.
- Mi pare evidente, gli fece lei, inserendo il disco. Oggi mi sembri un po’ tardo, non è che ti sei fatto altri giri ieri dopo avermi portata a casa?
Louis arricciò le labbra in un mezzo sorriso seguito da un leggero sbuffo, sinceramente divertito per quelle ironiche accuse, frequentemente rivoltegli, e ben conscio della presenza di un latente strato di ferrea gelosia in ognuna di queste. In ogni caso, questo non andava affatto bene. Non era nei piani. Come riuscire a liberarsi di lei prima dell’arrivo di sua madre? Guardò nel retro della confezione del film, durata 126 minuti. Merda, pensò, con lo sguardo fisso sui primi nomi (sconosciuti) del cast apparsi sullo schermo,  mentre Annie ritornava al divano e gli si sedeva accanto. Istintivamente la cinse col braccio, portandola a stretto contatto col suo busto, evitando però molto accuratamente di muovere gli occhi dallo schermo, per non concederle neanche un riflesso di quanto stava avvenendo dietro di questi in quel momento. Fortuna che il film doveva essere piuttosto avvincente di per sé, perché la consueta inesorabile parlantina di lei era stata vinta nel giro di pochi minuti, e quando ora Louis azzardava un’occhiata veloce verso Annie, la trovava altrettanto intenta a non concedere riflesso alcuno delle sue sensazioni, quanto lo fu lui poco prima. La cosa giocava a suo vantaggio, poiché il maelström dei suoi pensieri stava infuriando pesantemente tra le mura craniche, e se qualcuno gli avesse chiesto anche solo una banalità riguardante il film che stavano vedendo, iniziato per la precisione da non più di quindici minuti, lui non avrebbe saputo dire assolutamente niente. Niente di corretto, perlomeno. Il fatto è che non c’erano molte cose che potesse fare per rimediare alla situazione. Per un attimo pensò di fingere un qualche malessere, ma non era mai stato un buon attore e Annie queste cose le coglieva al volo. Si limitò a lasciar scorrere i minuti, con una calma indolente e cercando addirittura di concentrarsi sulla trama del film: questo trattava di una coppia di pittori dissidenti perseguitati dal regime nazista, nascosti in uno scantinato di un vecchio casolare nella campagna del Sachsen-Anhalt. Qui dipingevano con i pochi colori rimasti, e in seguito con sostanze improvvisate, tra cui sangue e altre componenti biologiche, scene di vita quotidiana ritraendosi in esse, per dimenticare il luogo dell’abbandono  che li racchiudeva. Doveva esserci un risvolto drammatico – cioè, più drammatico – a un certo punto, ma non aveva abbastanza tempo per arrivarci.
Decise perciò di prendere in mano la situazione, letteralmente, lasciando scivolare quella che stringeva la spalla di Annie più in basso, fino a toccarle il lato del seno. Si avvicinò al suo viso, sfiorandole la guancia col naso e baciandole poi il collo, dietro l’orecchio. Lei rispose con un leggero brivido e un sorriso malizioso si svegliò cauto dalle sue labbra. Gli disse che c’era il film da vedere, ma era volutamente poco convincente. Senza dir nulla, intensificò la presa e con l’altra mano accompagnò quella libera di lei all’altezza della cerniera dei jeans. Nei minuti seguenti i vari intenti dei due li portarono in camera di Louis, mentre il film giù nel salotto proseguiva inutilmente verso il triste epilogo. Dopo la conclusione dell’atto, Annie si diresse verso il bagno, ma prima chiese da bere un po’ di tè freddo, se ce l’avevano in casa ovviamente. Sì, ce l’avevano. Louis scese quindi a prenderlo, ma prima di uscire dalla stanza estrasse la chiave dalla serratura interna di questa, approfittando della sua assenza.
La prima cosa che fece però una volta di sotto fu spegnere la tv, aveva bisogno di assoluto silenzio per intercettare qualsiasi rumore in avvicinamento dall’esterno. Dopodiché entrò in cucina e versò il tè in un bicchiere di vetro. I residui della bevanda, evidenziati dalla luce solare delle tre pomeridiane che filtrava dalle finestre, dapprima fluttuarono vorticosamente all’interno del bicchiere, depositandosi poi sul fondo di questo. Fu ciò a fornirgli, in una maniera tanto semplice quanto imprevista, la soluzione al problema che in quel momento con ogni probabilità si stava sdraiando nuovamente sul suo letto. Tenuti tutti ben ordinati nell’ultimo cassetto di un mobile in legno del salotto, vi erano i medicinali di cui sua madre faceva un largo uso. Tra questi spiccavano per quantità le soluzioni orali di Valium: senza perdere altro tempo, ne versò una dose abbastanza forte nel bicchiere, e si avviò verso la sua stanza.
- Grazie, le fece Annie ricevuto il bicchiere.
- Di niente, le fece eco mentre la osservava mandar giù la bevanda, assumendo via via una strana espressione in volto.
- Qualcosa che non va ? le disse con tono preoccupato, ma la sua voce uscì forse troppo tempestiva e grossolana, perché notò come una strana luce negli occhi di Annie, o forse era il riflesso di quel che la ragazza aveva appena intravisto in lui.
Qualunque cosa abbia scorto, forse decise di ignorarla, ma Louis notò comunque una certa rigidità nei suoi gesti e nella sua voce quando gli disse che forse era meglio se tornava a casa, che aveva delle cose da fare. Ma il farmaco, che stava agendo con rigorosa puntualità limitando di molto la sua lucidità, gli tolse ogni effettiva preoccupazione. Distesa sul letto, Annie riuscì ancora a chiedergli con voce spezzata che cosa gli avesse messo nel bicchiere. Inutile risponderle. Si avviò verso il tavolo dove aveva appoggiato la sacca di tela, e afferrando le spalline di questa ne caricò tutto il peso sulla spalla sinistra. L’interno produsse ancora una volta un clangore cupo e sinistro, e sentì finalmente espandersi la sensazione che da tempo covava dentro di sé anche alle cose che lo circondavano, agli oggetti inanimati, alle pareti della stanza che cingevano i mobili, il piano, il letto. E da lì la sentì pulsare tra le tempie di Annie, scorrere nelle arterie pompata a gran velocità, imprimere il suo sapore nei labirintici reticoli pur intorpiditi dal Valium, per poi tornare, lancinante, nel cuore. Le disse di stare calma, di riposare, che era stanca. La sua voce ormai libera dalle inibizioni del quotidiano risultava oscenamente venata da un malessere senza nome, che lui stesso provvide a battezzare. Il tempo, questa era la chiave. Un flusso continuo che lui stesso aveva dovuto domare, creare, o meglio, annullare. Annie sarebbe stata l’ultima a limitare il suo volere, le sue decisioni. Si avvicinò a lei, sporgendosi in avanti nonostante il peso sulla schiena, e le strofinò il naso sulla guancia come prima, diverso da prima.
Giunto fuori dalla stanza, si chiuse la porta alle spalle e tirò fuori dalla tasca la chiave che aveva sfilato dalla serratura poco prima. Chiudere Annie in camera gli parve da subito l’unica cosa da fare, anche senza il supporto dei farmaci, ma l’evoluzione degli eventi finì per favorirlo e non poco. Infilò quindi la chiave nella serratura e le fece fare due giri verso sinistra, dopodiché poté dirigersi al pian terreno. Giunto in cucina, si sedette su una sedia, di quelle poste attorno al tavolo in vetroresina. La postazione ideale, perché la cucina finiva per essere sempre la prima meta del metodico percorso di sua madre, che da lì passava alla sala per gli ansiolitici, e poi alle altre stanze della casa, per controllare che fosse tutto in ordine. Non gli restò quindi che attendere lì, immobile, pregustando in silenzio il momento incombente. E non appena sentì un rumore provenire dall’esterno – verso l’inizio del vialetto, gli sembrò – allungò la mano verso la sacca posta per terra ed aprì la cerniera, estraendo il fucile da caccia di suo padre.
Un passo. Poi un altro. La persona che si stava avvicinando all’abitazione doveva essere ormai giunta a pochi metri dall’ingresso. Guardò il fucile. Dalla canna ben tesa verso la porta che dall’atrio conduceva alla cucina, sentì come innescarsi una pervasiva sensazione di eccitamento e felicità, una sorta di liberazione. Questa confluì dapprima sulle mani che tenevano l’arma, per poi irradiarsi in ogni anfratto di Louis, di ciò che Louis era in quel momento. Preso da un’ansia maniacale che non aveva nulla a che fare con la paura andò a controllare rapidamente che le cartucce fossero inserite nel caricatore, ben sapendo di avervi provveduto per tempo. L’aveva fatto la mattina stessa: non appena i suoi uscirono di casa, Louis entrò nello studio del padre e prese l’arma che questi teneva in bella mostra nella teca di vetro posizionata sulla parete nord della stanza, insieme al resto della sua collezione bellica – che non perdeva occasione di mostrare a chiunque entrasse lì dentro. Fatto ciò, la mise in borsa e uscì a sua volta, dirigendosi verso la campagna circostante. Lì si dedicò per un paio d’ore – più per diletto che per una reale utilità, visti i suoi bersagli finali – agli ultimi preparativi tecnici del suo piano (con la gentile concessione della fauna locale); facendo quindi ritorno a casa verso fine mattinata.
Sentì la chiave girare nella serratura. Divaricò leggermente le gambe. Ora a questa veniva impressa l’ultima spinta, che fece aprire la porta. Una luce si cosparse sul pavimento dell’atrio, e anche Louis la vedeva, accompagnata dall’ombra di sua madre. Inarcò la schiena e poggiò il gomito sul braccio sinistro della sedia, stringendo più forte il calcio dell’arma. Mirò.
Lulù, sono a casa. Cinguettò fastidiosamente chiudendosi la porta alle spalle, e inondando al contempo l’atrio del suo eccessivo profumo da mezz’età. Guarda non sai che giornata ho passato. E tutto per star dietro a zia Marie! quella..
Aveva lo sguardo basso quando apparve bofonchiando tra i contorni della porta, ma li rialzò con un’inutile frenesia sentendo lo sparo. E fu un peccato, perché così si privò della vista del suo ginocchio destro che andava in frantumi. Quello stanco lembo di pelle, il sangue come un fiume sotterraneo che lo irrorava, le cartilagini leggere e le ossa strette accanto, ogni muscolo, ogni nervo che aveva superato indenne fin troppi anni, veniva così bruscamente diviso in meno di uno sguaiato urlo di dolore, in meno di un sorriso di gioia. Negli istanti successivi in Louis regnava una placida serenità, le sue orecchie non percepivano i lamenti disperati della donna che schiacciava il volto contratto sul pavimento e abbracciava l’aria con le mani come alla ricerca di un appiglio – senza osare scendere più in basso, senza andare a tastare che cosa ora uscisse dalle inedite fessure del suo corpo. Tutto ciò che il ragazzo percepiva era il rumore che ha il silenzio quando improvvisamente tace ogni suono persistente da troppo tempo, quando ci si fa caso. Fu con quel silenzio dentro di sé che si alzò dalla sedia, muovendo alcuni passi verso la donna stesa a terra. Le sorrise quando imbracciò nuovamente l’arma, e gliela puntò verso lo stomaco. Nuove smorfie e convulsioni seguirono al secondo scoppio, ridondanti e persino fastidiose: sarebbe dovuta stare più calma, così rovinava la quiete che li circondava, la pace che solo il vuoto possiede. Non c’era collaborazione tra i due, non c’era sinergia. Fu costretto a spararle in fronte,  e la fece finita.
La lasciò lì, gli sarebbe servita per dopo. Frugò nella sacca e inserì nel fucile le nuove munizioni, prima di dirigersi verso il piano superiore, accompagnato dall’arma. Man a mano che si distanziava dalla cucina, sembrò riacquistare l’udito messo a tacere poco prima. E quando giunse al primo gradino delle scale, l’abbaiare di Herbert che grattava da fuori la porta d’ingresso, lo impietrì. L’animale si stava sfogando sul legno con una forza atroce. Si voltò, lo sguardo pallido e teso, quasi tentato di tornare sui suoi passi e aprire quella porta. Il cane continuava i suoi latrati, e per ognuno di quei lamenti Louis provava come un fastidio viscerale e intenso, che lo portò a stringersi il ventre a più riprese, i muscoli contratti, nell’insana speranza di far tacere quell’assurda sensazione. Stette immobile in quella posizione, per qualche minuto. Poi il silenzio, Herbert aveva smesso. Come scosso da un lungo torpore, Louis si affrettò a salire le scale, giungendo infine alla porta della sua camera. Entrò, e subito i suoi occhi indugiarono sul letto dove era distesa Annie, vinta dal sonno. Le si sedette accanto, appoggiando cautamente il fucile per terra. Avrebbe preferito che si svegliasse, così le avrebbe potuto raccontare tutto. Ma ad Annie non sarebbe piaciuto, pensò. E senz’altro il motivo era perché non l’aveva deciso lei. Sorrise al pensiero. Andò ad accarezzarle il viso, quei capelli biondi un po’ a caschetto che le cadevano spettinati ai lati del viso, incorniciandolo poi all’altezza degli occhi con una frangetta sottile. Fu con un po’ di sforzo che costrinse i suoi occhi a staccarsi da lei, e il suo corpo ad alzarsi dal letto. Indugiò con lo sguardo per terra e raccolse il bicchiere evidentemente cadutole prima, mettendolo poi sul comodino accanto al letto. Osservando i vistosi residui che ornavano le pareti in vetro dell’oggetto, si chiese se non avesse forse esagerato con le dosi, ma quella sciocca preoccupazione andò scomparendo ben presto, non appena pensò a ciò che lo attendeva tra non molto. Sbuffò per l’ansia che gli dava l’attesa per qualcosa di inevitabile, per quanto sublime. Decise tuttavia di ignorarla, per quanto poteva – si trattava dell’ultimo passo ormai. Raccolse quindi il fucile da terra e uscì dalla stanza, non senza prima scoccare un’ultima occhiata ad Annie. Che bella che era, man mano che si andava sfocando tra lo stipite e la porta, sempre più vicini. Pochi istanti bastarono a separarla da ogni cosa non fosse lo spazio senza tempo della stanza. Provò anche una certa invidia nei suoi confronti. Avrebbe dato qualunque cosa per essere al posto di Annie, e forse avrebbe anche pregato il suo carceriere di gettare per sempre la chiave, che non ce n’era bisogno, andava benissimo così. Ma, se lo sentiva, tra non molto sarebbe stato come lei. Solo poche ore, e sarebbe finalmente crollato anche l’ultimo baluardo dei suoi tormenti, il melanconico spettro di una connaturata debolezza e afflizione. Chiuse nuovamente a chiave la porta, e scese giù per le scale.
Fu con cuore trepidante che andò a posizionarsi sulla medesima sedia in cucina, scavalcando incurante la donna stesa al suolo, il volto sopraffatto da un perenne disdegno. Solo allora notò gli occhi ebeti di questa, i quali stavano rivolgendo tutto il loro odio verso la parete, sporcata del loro stesso sangue. Quale immane frustrazione essere causa di un tale disordine, e non poter muovere neanche un dito per porvi rimedio. Ma del resto se l’era cercata. Ripensò al momento del primo sparo: la cosa più bella fu la sensazione di come tutto, da quella esatta frazione di secondo, fosse sfuggito per la prima volta ai metodici programmi della donna, così inesorabilmente da non lasciare via di ritorno alcuna. Si lasciò cullare per svariati minuti immerso nel sapore intorpidente di questi ricordi. Cercò di abbracciare ogni singolo dettaglio, ogni minimo particolare che si ripresentasse alla mente: il suono dei passi in avvicinamento dal vialetto, l’ombra che fece capolino sul pavimento quando aprì la porta, la voce – qui si soffermò, e non poco – della donna, tanto fastidiosa e stridula in quegli istanti quanto disumanamente rotta e tremula in seguito. Nel via vai di sensazioni frammiste a ricordi si trovò a ripetere fra sé e sé un’unica e sola frase, Nunc demum redit animus, questo si disse, mimandone le parole con le labbra, senza proferirle; assaporando il peso che le cose assumono nel silenzio.
Man mano che scorrevano i minuti però, il ricordo di quel momento di singolare libertà andò affievolendosi, lasciando posto in Louis ad un’ansia cupa e opprimente. Conosceva bene questa sensazione, e il solo pensiero di patirla in questo momento, a pochi istanti dalla liberazione, non fece che aumentare i battiti del cuore e i sudori freddi che ora coprivano la sua pelle imperlata.  Si trovò a tremare sulla sedia con una foga inconsunta, e subito si fecero presenti i primi spasmi. Gridò, in preda al dolore e alla paura. Messosi in piedi come meglio poté, afferrò una bottiglia d’acqua lasciata sul tavolo e raggiunse lentamente il cassetto dei medicinali in salotto. Qui andò subito ad afferrare gli ansiolitici che lo psicologo gli aveva prescritto, e ne buttò giù la dose consigliatagli. Sapeva bene che era una perdita di tempo, che prendere queste  cose era solo un palliativo privo di sostanza, che andata una volta si era di nuovo punto a capo. Ma ora gli servivano più che mai, perché era stato lui in prima persona a ideare ed eseguire con grande perizia una personalissima cura, efficace e definitiva, che quindi non andava compromessa per nulla al mondo. Stette lì sul pavimento per un po’, approfittando del fresco proveniente dalle piastrelle, che contro la pelle bagnata dal sudore produceva come un effetto rigenerante. Sentì nuovamente il cane abbaiare, e questo quasi gli fece tornare un sentore di malessere. Poi però collegò, finalmente. Herbert abbaiava sempre quando il padre era di ritorno. Questi era senza dubbio il suo preferito della famiglia. E ora che ci fece caso, sentì in lontananza anche la voce un po’ troppo nasale dell’uomo dire cose stupide al cane, il tutto ad un volume eccessivamente alto. Si rimise in piedi e sgattaiolò in cucina, raccogliendo il fucile che aveva lasciato scivolare sul pavimento durante l’attacco. Era già tornato nella sua posizione preferita, quando sentì girare la chiave e aprire la porta per la seconda volta. La figura – la cui ombra appariva ben più lunga rispetto a quella della donna, visto il tramonto che rosseggiava alle sue spalle – una volta varcata la soglia, restò impietrita nell’atrio. Louis ben sapeva il motivo: si trovava per la precisione tra atrio e cucina, e non aveva propriamente un bell’aspetto. L’uomo incominciò a emettere suoni inconsunti, che si trasformarono pian piano in singhiozzi. Questi avevano un che di puerile, come potrebbe farli un bambino a cui hanno fatto prendere un qualche brutto spavento. Incominciò probabilmente a piangere in silenzio, perché lo sentì tirare sul col naso, e poi a bisbigliare qualcosa sotto voce. Ascoltando più attentamente intuì che ripeteva il nome della donna, e qualcosa di simile a cosa ti hanno fatto. Capì quindi che non erano bisbigli voluti, l’uomo era paralizzato dall’orrore e non riusciva a emettere neanche un suono decente. Tutto a un tratto vide l’ombra muoversi, e intuì che stava indietreggiando. Questo Louis non  l’aveva proprio calcolato, aveva superato ogni immaginabile livello di vigliaccheria: lasciare sua moglie sul pavimento, senza neanche avvicinarsi per cercare inutilmente di salvarla, o semplicemente per osservarla un’ultima volta. Per nulla al mondo l’avrebbe lasciato vivere. Saltò su dalla sedia e scavalcò rapidamente il corpo della donna, irrompendo quindi nell’atrio. Solo allora notò che la figura si era fatta sì più piccola, ma solo perché l’uomo era caduto sulle ginocchia, imbalsamato come le teste d’alce che pendevano ai suoi lati, gli occhi altrettanto bui e inespressivi. E fu con quegli occhi che guardò Louis, un uomo moribondo che manco si spostò quando venne caricato il fucile e il cane in lontananza abbaiò per l’eccitazione o lo spavento.
Ora, poteva dirlo, era tutto finito. Tornò in cucina, lasciandosi cadere sulla sedia. Poggiò il fucile sul tavolo. Una sensazione nuova e potente si fece largo in lui, sopraffacendolo. Si trovò a piangere lungamente, di una commozione sincera e liberatrice, lasciando dietro di sé ogni claustrofobica frustrazione che l’aveva accompagnato durante il corso di quegli anni. Nuovi spasmi ora cullavano Louis, gli occhi chiusi e le braccia conserte, come per timore di lasciar scappare la benché minima emozione. Stette così per svariati minuti, finché non sentì il bisogno di vedere Annie. Corse di sopra, ma una volta entrato in camera la trovò ancora distesa nel letto, nella stessa identica posizione di prima. Non importa, pensò, e uscendo dalla stanza tenne la porta aperta, per quando si fosse ripresa. Tornò sui suoi passi. Ma, una volta giunto al pian terreno, gli apparve di fronte una nuova figura, insinuatasi nell’abitazione durante la sua breve assenza. Restava immobile ma ben viva, tra i corpi dei genitori a terra. Le si fece avanti.
Lo sguardo di Herbert indugiò lungamente su di Louis, che distolse gli occhi.

Luci nel Buio

Guardai Clara dormire nella luce soffusa delle lampade alogene, che solitamente accompagnavano le nostre chiacchierate notturne. S’era addormentata da poco; era tardi del resto, saranno state le due. Ed io lì invece, che non prendevo sonno. Spensi gli interruttori e mi misi ad osservare il soffitto, sul quale di tanto in tanto apparivano disegni geometrici, provocati dal passaggio della luce tra gli interstizi delle persiane, man a mano che le auto passavano nella via. Quelle fugaci apparizioni catturarono la mia attenzione. In primo luogo la vista, dato l’andamento ipnotico delle figure, nonché per quel piacere che dà osservare luci distinte muoversi nel buio. Rimasi immobile – non so per quanto, – ad osservarle, rapito da quella singolare danza. Poi, accade: non seppi identificarla sulle prime, ma sentii che qualcosa in me era scattato, più a fondo. Una strana sensazione.
Distolsi brevemente gli occhi, ma mi ritrovai ben presto a squadrare nuovamente il soffitto. Fu allora che un pensiero mi balzò alla mente, qualcosa a cui non avevo mai prestato attenzione: quelle luci, per quanto piacevoli – e così vive, – scomparivano tutte, nessuna esclusa. Scomparivano per riapparire certo, ma non erano più le stesse: la luce che dava vita alle forme proveniva di volta in volta da fonti diverse, anche se questo dettaglio sfugge alla vista ovviamente – ma se uno ci pensa, è così. Cominciai a sentirmi scomodo in quella posizione e sentii il bisogno di mettermi seduto, così mi mossi lentamente, cercando di non svegliare Clara.
Clara.. gli occhi si posarono nuovamente su di lei. E finalmente capii cos’era che non andava, cosa mi impediva di addormentarmi quella notte. Era una luce, lei, tale e quale alle tante scintille che ora dipingevano il soffitto. E proprio come quelle luci, anche lei stava passando, pur con una diversa andatura. Le mie labbra si incurvarono in un tenue sorriso, di quelli malinconici, che inondano il petto di un calore diffuso. Ne era passato di tempo a ripensarci, dal nostro primo incontro; quanti bei momenti, istanti preziosi, che solleticavano ancora la mia mente, nonostante il peso degli anni. Spostai lo sguardo verso la mobilia della camera da letto, tutta popolata da splendidi riquadri sorridenti, espressioni che trovi solo nelle foto. Ma il bello delle foto del resto è quello, che quando si sorride lo si fa per sempre.
In un angolo della stanza uno specchio a muro ritraeva uno scorcio del letto nel quale riuscivo a specchiarmi discretamente, dal momento che i miei occhi si erano ormai assuefatti al buio. Anche io stavo passando, e nonostante la ritenessi una cosa ovvia al contempo non la riuscivo ad accettare. Buffo, eh? Un uomo di mezza età che, improvvisamente, si rende conto che sta morendo. Meglio tardi che mai. Ma non era quello o meglio, non solo. C’era qualcosa di più in quel flusso.. Lasciai tacere la mente, nella stanza solo il sottofondo d’auto accompagnato dalle medesime luci che ormai mi tenevano compagnia da diversi minuti. Restai con lo sguardo fisso sull’orologio, osservai i secondi scorrere via, poi guardai le luci, e lo specchio, e Clara, e i ritratti e nuovamente me.. e capii.
La mattina seguente mi svegliai col suo respiro sul petto, le accarezzai istintivamente i capelli. Si risvegliò al mio tocco sussurrandomi il buongiorno. Non le avrei detto della notte, di quelle luci. Per lei avrei fatto finta che quel saluto fosse uno dei tanti, di tutti i giorni che ci si porta dietro volendo fortemente che sia sempre lo stesso. Tutto il sesso, le liti e le colazioni imbronciate, i viaggi e le estenuanti attese comportano la nostra routine di coppia; i guanti di pessimo gusto cuciti da sua madre, e i miei quanto mai discutibili sandali da mare mascherano le stagioni che abbiamo vissuto insieme: le colorano un po’ di noi, facendoci dimenticare che è tempo geologico che corre inarrestabile. In fondo detta così non ci piace mica tanto, allora copriamola con un soprabito più adatto.
La lasciai andare in bagno per prepararsi alla mattinata lavorativa, e guardai di sbieco il mio riflesso dal muro. Mi avvicinai, soffermandomi sul volto e sugli occhi. Il primo impulso fu quello di tirare un pugno verso quel viso che invecchiava troppo in fretta, di tirare quelle rughe che incombevano ad aggravare la cattiveria delle sopracciglia. E la mano la alzai. Ma fu per prendere il ritratto appoggiato sul mobile accanto: eravamo a Berlino, avremo avuto sì e no vent’anni. Era il nostro primo anniversario – non da sposati intendo, ci eravamo conosciuti esattamente un anno prima.
Lo posai nuovamente, e mi diressi verso il bagno. Si stava lavando i denti; sbuffai divertito alla vista di lei dallo specchio del lavandino. Il dentifricio le disegnava sulle labbra dei graziosi baffetti, che prontamente mimai con le dita. Clara mi vide nel riflesso e afferrò la schiuma da barba dal lavandino, spruzzandomene un po’ addosso, e dopo un secondo me la trovai tra le braccia. La strinsi forte, inspirando. Un intenso profumo d’eucalipto impregnava l’aria, tanto più forte quanto più premevo il mio volto accanto al suo. Nel bianco di perla del mattino abbracciai lei e tutta quell’oscurità che insieme andavamo scoprendo.

A chi scrive

Un post breve, un pensiero – che peraltro non è manco mio.
Ciò che è mio, però, è l’uso quotidiano che ne faccio; un mantra ben impresso in mente, da un paio d’anni ormai. Anche quando non scrivo.
Ho pensato di condividerlo qui perché certe cose meritano una vetrina, per quanto piccola, perché non si sa mai chi può passare di lì. Non fosse che un passante piuttosto sbadato, sulla soglia dei venti e con un’idea in testa – che poi è importante sottolineare dove si trovi, ‘sta idea, perché la tratta che porta al finale è tutt’altro che agevole. Non fosse che per dirgli queste due frasi, indicargli la strada. Che se poi non piace amen, almeno ci si è scambiati due parole. Ma se ti ci ritrovi è la fine – ci sei dentro, ti senti citato. O più che altro lo speri.
Io, semplicemente, sono contento di esserci passato.

“Imparai a mie spese che niente viene bene al primo colpo, soprattutto quando si hanno
vent’anni e non si è certo geniacci. Bisogna riscrivere, analizzare, rifare, per arrivare a
qualche risultato, soprattutto se si vogliono raggiungere l’immediatezza e la freschezza,
qualità faticosissime e per niente spontanee.”

Pier Vittorio Tondelli

Sincronismo

Era uno di quei giorni andati a male,
con troppe botte e defezioni
prese durante il trasporto;
così pensai che forse era il caso di uscire.

Scesi nel viale e me ne accesi una,
in preda a non so quale tormento.
Un tiro di getto, e via
lungo la strada che dava di fronte al parco.
Come in tutti i peggiori momenti serali,
avevo due cuffie ben salde alle orecchie,
e un cantante pronto a disarmarmi
con un sorriso.

Non gliel’avrei data vinta stavolta
pensai, svoltando nello stradone principale
che costeggiava il prato. Non stavolta.

Poi un bagliore, un tumulto rossastro
vibrante nel cielo al di sopra degli alberi.
Mi impressionò il suo riflesso nei palazzi lontani.

Decisi di accostarmi a un gruppo di persone,
che si erano fermate per l’insolito spettacolo
(non era previsto alcun festeggiamento, che io sappia).

I tiri si fecero più rilassati,
mentre le osservavo.
Avrebbero potuto parlare
tutte le lingue del mondo,
ma non ce ne sarebbe stato bisogno.

Tornai a quelle esplosioni,
che non accennavano a smettere.
Una fantasmagoria artificiale.

Lasciai cadere il mozzicone, e ripresi il cammino.
Non vi dirò che espressione avevo in volto
quando la canzone giunse all’ultima strofa.

Pura sincronia, questo è quanto.
Pensate che a me i fuochi non sono mai piaciuti.

Leucotéa

Antefatto

     Un tempo visse Ino, e di lei si narra che fosse la figlia del grande Cadmo, Re di Tebe.
Questa fu al contempo moglie di Atamante – la seconda, per la precisione. Prima di lei, l’uomo aveva conosciuto Nefele, figlia di Zeus e dea delle nubi, dalla quale ebbe due figli, Frisso ed Elle. Ino odiava a morte i frutti di un amore non suo, e decise di liberarsene.  Escogitò un grande inganno, nel quale coinvolse tutte le donne del paese: mettere in forno i semi di grano conservati per la raccolta ventura in modo che, una volta seminati, non producessero alcun germoglio. La crisi in cui ben presto versò il paese condusse Atamante all’oracolo di Delfi che, a sua volta complice di Ino, giudicò opportuno sacrificare Frisso sull’altare di Zeus. A malincuore l’uomo acconsentì, ma i suoi due figli fuggirono in tempo – grazie al materno aiuto di Nefele.

Ora, è opportuno rendere noto che gli sposi in questione ebbero due figli, Learco e Melicerte.
Quando però giunse la morte di Semele, madre di Dioniso e sorella di Ino, quest’ultima persuase il consorte a crescere il piccolo dio – nato dall’unione della sorella con Zeus – come fosse figlio loro. Ma la moglie di Zeus – Era, furiosa per l’ennesimo tradimento subito, fece impazzire Atamante.
Questi, scambiando la moglie e i figli per dei cervi, li assalì. Il più sventurato fu Learco che, finito tra le grinfie del padre, non ebbe scampo: venne gettato violentemente contro uno scoglio, e questo significò la sua fine. L’uomo si rivolse poi all’altro, Melicerte, e lo lanciò in mare.
In preda ad un disperato urlo materno, Ino si gettò a sua volta. Fu in tale occasione che, per volere di Afrodite, i due – madre e figlio – divennero divinità marine, protettrici dei naviganti in balia delle correnti: di Melicerte fu fatto Palemone, mentre di Ino, la dea bianca – Leucotéa.


Il naufragio

La nave ormai non si vedeva più. A dire il vero non si vedeva più nulla; nulla che non fosse buio, s’intende. Solo un banco di stelle più in alto sfidava incauto le nubi, che a quanto pare avevano deciso di tenersi per sé il cielo, quella notte. Eppure avevo la ferrea sensazione che stessimo tutti osservando la medesima cosa, come effetto di una sincronia che pareva non averci ancora lasciato da quando udimmo il primo scossone. Un’unica immagine si stagliava vivida dietro agli occhi, in tutta la sua inquietante franchezza. Solo ora, per la prima volta da quando eravamo salpati, l’oceano ci sembrava davvero grande.
Che scoperta direte, ma fidatevi; un conto è passeggiare sul ponte e mirarne il contrasto lontano col sole o le nubi, un altro è saggiarlo col proprio corpo, immersi in un silenzio atroce, coperto maldestramente dal fluire delle piccole onde in superficie e dagli schiamazzi atterriti degli altri, sparsi qua e là. Per non parlare poi del freddo. Quello era, a parer di tutti i presenti, l’altro nemico – forse il più grande. Fai così, resti immobile; il tuo corpo trafitto in ogni lato dall’acqua gelida, e il respiro affannoso che tenta inutilmente di scaldare gli arti più vicini alla bocca, quelle mani secche piegate a formare una piccola conca, per riscaldare di rimando il volto. Provai a distrarmi, ascoltando i lamenti degli altri. Girava voce che i superstiti allontanatisi con le scialuppe stavano per tornare. Così dicevano, devono tornare. E allora chi aveva i polmoni ancora abbastanza caldi sgorgava un urlo rauco di tanto in tanto; altri – forse quelli dell’equipaggio, strepitavano con i loro fischietti a intervalli regolari. Cosa non fa la disciplina. Il tutto aveva di per sé una certa armonia, una sorta di cadenza regolare che ben si accostava all’ondeggiare lento dell’oceano. Ma non passò molto che i suoni si fecero dapprima più flebili, e poi s’acquietarono del tutto.  Ci misi diverso tempo, prima di rendermi conto della bonaccia insinuatasi tra di noi. Anche il solo atto di mantenere gli occhi aperti – pur ridotti a fessure, costava un notevole sforzo. Altrettanto ne richiedeva la presa sul legno.
Non avrei saputo dire quanti di noi erano rimasti vivi fino a quel momento, ma a giudicare dalla stretta intorpidente sul torace, non avrei avuto ancora molto tempo per perdermi in simili divagazioni. E non sarei qui a parlarne, se non fosse stato per una donna che si trovava lì vicino a me.
Passata inosservata fino a quel momento per via delle tenebre, la udii bisbigliare freneticamente sempre le stesse parole. Stanno arrivando, ripeteva. In un ultimo riflesso di lucidità, vidi una luce stendersi tenue sopra l’acqua. Era alle mie spalle, ma diventò più intensa man a mano che la scialuppa si avvicinava, illuminando il tratto in cui mi trovavo. Da lì i ricordi si offuscarono.
Dovetti però emettere un qualche suono, perché – mi dissero poi – quella donna mi afferrò per un braccio, e fece capire ai soccorritori che anche io andavo salvato.

Scatola nera

L’ordine cromatico delle betulle d’autunno
lungo i nostri discorsi serali,
l’aria che c’era le prime volte sui treni
nelle tratte medio-lontane,
l’accorgersi poi di accelerare i passi
senza la fretta di una qualche meta,
le poche parole con cui si ama incidere
qualcosa che ci resti importante.

Il profumo che bagnava quel tuo salotto scarno,
troppo versato nei posti sbagliati
come quei sogni che si fanno in periferia
senza mai la forza di traslocarsi.

Questi gli scali del tragitto
durato tutto una fila di case,
con un cartello ben affisso alla porta

sono pronto per non tornare.

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