Il pianista

Dentro al locale rigonfio di voci farneticanti, tra le urla di eccitamento per fatti ignoti e gli schiocchi delle stecche del biliardo, stava un vecchio pianoforte, in legno chiaro, contro una parete di un color arancio acceso. C’era un ragazzo seduto, forse sui ventisette; suonava quella che aveva l’aria di un’improvvisazione jazz. Scarpe e giacca in pelle, jeans troppo larghi alle caviglie, pizzetto e basette divisi da una macchia grigia per la mancata rasatura del mattino. Sulle prime non badai a ciò che suonava, ma rimasi ugualmente a fissarlo. Fissavo i suoi movimenti, i gesti nevrotici che si trasformavano in un’ipnosi. Sembrava stesse litigando coi tasti, con l’asse stesso del pianoforte. Forse era sesso. Tirava tremendi scossoni allo strumento piantando le dita sulla tastiera senza la minima cura. Il mio sguardo balzò sul bicchiere di birra in bilico sul pianoforte, che ad ogni scossa scivolava sempre più vicino al bordo, incombendo sulla tastiera stessa.
Un attimo di silenzio. Il pianista si era fermato; le mani erano sospese sopra i tasti che scintillavano alla luce delle applique. Una pausa inquieta, quasi forzata: le dita tremavano come avessero vita propria, come magneti che cercano di divincolarsi dalla presa quando il loro opposto è vicino. Cominciai ad avvertire un vago senso di apnea e mi volsi verso il resto del locale, scrutando i volti dei presenti, cercando di intuire i loro pensieri. Nessuno dei loro sguardi lasciava trasparire la stessa ansia che mi prendeva alla gola. Forse giusto alcune ragazze sedute a un tavolo, che facevano scivolare di tanto in tanto lo sguardo verso il pianoforte, riprendendo poi la conversazione tra loro. Per il resto, le persone in sala sembravano non notarlo affatto.
In un primo momento la cosa mi indispettì, ma tornando con gli occhi su di lui il nodo che mi stringeva rapidamente si sciolse. Il fatto che le altre persone non badassero al pianista non doveva stupirmi, perché lui non si trovava lì. I suoi occhi pendenti sulle dita nodose, che si allargavano sui tasti sfidando i limiti delle articolazioni, non stavano veramente guardando le dita; le punte dei piedi che battevano con ritmo forsennato il legno del parquet non stavano pestando quel pavimento. Il pianista si trovava solo apparentemente in quella stanza – perché colpito dalla stessa luce fredda che rende visibili tutte le cose attorno a noi, e noi stessi – ma la sua vera natura era rischiarata da un diverso tipo di luce, che non risiede nella consueta porzione di spettro che ci è data di vedere. Una luce che sfrutta frequenze sonore e viene vista dall’udito; che fa affidamento all’empatia di un ascoltatore fortuito per potersi trasmettere nello stesso modo in cui due corpi sanno di doversi stringere tra loro per scambiarsi calore.
Capito ciò, si spiegava perché oltre a me e pochi altri la maggior parte delle persone sembrasse cieca di fronte al pianista. Troppo concentrati sulle proprie vite, sugli avvenimenti recenti e sulla ricerca di una scopata facile nei bagni del locale o nelle vie laterali. Per godere di viste del genere bisogna porsi da estranei con se stessi, osservatori seduti ai limiti della stanza o appoggiati alle pareti. Defilati. Bisogna premere stop sul nastro infinito che manda la propria musica interiore e prestare attenzione a ciò che viene da fuori.
Il pianista finalmente si arrese alla forza delle dita, che imperversarono sullo strumento creando edifici di forme mai viste prima e sculture nell’aria, delimitate da fontane e parchi composti della stessa, immateriale, sostanza; una città si illuminava attorno a lui, vibrante di vita multiforme nelle strade e nei vicoli, vita che si distruggeva per ricrearsi di continuo, immergendosi a fondo nelle pieghe dell’anima. Quella che si dipanava davanti ai miei occhi non era una città qualsiasi, era una metropoli interiore. Ma le strade che si aprivano in ogni direzione, senza alcuno schema prestabilito, non portavano il nome del pianista sui propri cartelli. Al suo posto c’era il mio nome. E riconoscevo il mio volto impresso sui muri delle case e sulle facciate dei palazzi, man mano che mi sfilavano ai lati. Il pianista era il catalizzatore che interveniva nella reazione, ma la visione che avevo di fronte non proveniva da lui, ma da dentro di me. Stetti a lungo a godere di quella vista, scordando per contro il mondo tangibile attorno.
Quando il pianista smise di suonare, si stropicciò le dita, e si alzò dallo sgabello, fu come fosse saltata la corrente nel locale. Si trattò ancora una volta di una sensazione estremamente personale, che mi procurò un notevole fastidio. Qualcosa andato di traverso. Lo vidi muoversi con quel bicchiere, stupendamente in pericolo fino a un secondo prima, verso un tavolo più in là. Lo stesso delle ragazze intraviste mentre lui suonava – e a questo punto diedi per scontato che fossero sue amiche. Le salutò con un breve cenno della mano, una rotazione del polso che era ben poca cosa rispetto a più articolati movimenti che gli avevo visto fare, e si sedette in mezzo a loro.
In quel brevissimo lasso di tempo il pianista uscì dalla sala, per lasciare spazio al ragazzo forse sui ventisette, scarpe e giacca in pelle, jeans troppo larghi alle caviglie, pizzetto e basette divisi da una macchia grigia per la mancata rasatura del mattino, che parlava al tavolo laggiù in fondo con alcune ragazze. Lo vidi in un preciso movimento dei muscoli facciali, nel momento stesso in cui li vidi sollevarsi e tendersi, con grande fatica mi parve, per assumere un’espressione cordiale e divertita. Quello non era il volto del pianista. L’avevo osservato a lungo: i suoi muscoli erano del tutto rilassati, la sua espressione impassibile e a tratti ebete; le emozioni che riusciva a trasmettere, ben più di una. In quel sorriso accennato il pianista aveva lasciato il posto al ragazzo, il nastro della musica interiore aveva ripreso a girare anche per lui; e così, gradatamente, tornai anche io a badare al mio, mentre la sua figura sbiadiva sempre più ai margini della mia visuale.

Luci nel Buio

Guardai Clara dormire nella luce soffusa delle lampade alogene, che solitamente accompagnavano le nostre chiacchierate notturne. S’era addormentata da poco; era tardi del resto, saranno state le due. Ed io lì invece, che non prendevo sonno. Spensi gli interruttori e mi misi ad osservare il soffitto, sul quale di tanto in tanto apparivano disegni geometrici, provocati dal passaggio della luce tra gli interstizi delle persiane, man a mano che le auto passavano nella via. Quelle fugaci apparizioni catturarono la mia attenzione. In primo luogo la vista, dato l’andamento ipnotico delle figure, nonché per quel piacere che dà osservare luci distinte muoversi nel buio. Rimasi immobile – non so per quanto, – ad osservarle, rapito da quella singolare danza. Poi, accade: non seppi identificarla sulle prime, ma sentii che qualcosa in me era scattato, più a fondo. Una strana sensazione.
Distolsi brevemente gli occhi, ma mi ritrovai ben presto a squadrare nuovamente il soffitto. Fu allora che un pensiero mi balzò alla mente, qualcosa a cui non avevo mai prestato attenzione: quelle luci, per quanto piacevoli – e così vive, – scomparivano tutte, nessuna esclusa. Scomparivano per riapparire certo, ma non erano più le stesse: la luce che dava vita alle forme proveniva di volta in volta da fonti diverse, anche se questo dettaglio sfugge alla vista ovviamente – ma se uno ci pensa, è così. Cominciai a sentirmi scomodo in quella posizione e sentii il bisogno di mettermi seduto, così mi mossi lentamente, cercando di non svegliare Clara.
Clara.. gli occhi si posarono nuovamente su di lei. E finalmente capii cos’era che non andava, cosa mi impediva di addormentarmi quella notte. Era una luce, lei, tale e quale alle tante scintille che ora dipingevano il soffitto. E proprio come quelle luci, anche lei stava passando, pur con una diversa andatura. Le mie labbra si incurvarono in un tenue sorriso, di quelli malinconici, che inondano il petto di un calore diffuso. Ne era passato di tempo a ripensarci, dal nostro primo incontro; quanti bei momenti, istanti preziosi, che solleticavano ancora la mia mente, nonostante il peso degli anni. Spostai lo sguardo verso la mobilia della camera da letto, tutta popolata da splendidi riquadri sorridenti, espressioni che trovi solo nelle foto. Ma il bello delle foto del resto è quello, che quando si sorride lo si fa per sempre.
In un angolo della stanza uno specchio a muro ritraeva uno scorcio del letto nel quale riuscivo a specchiarmi discretamente, dal momento che i miei occhi si erano ormai assuefatti al buio. Anche io stavo passando, e nonostante la ritenessi una cosa ovvia al contempo non la riuscivo ad accettare. Buffo, eh? Un uomo di mezza età che, improvvisamente, si rende conto che sta morendo. Meglio tardi che mai. Ma non era quello o meglio, non solo. C’era qualcosa di più in quel flusso.. Lasciai tacere la mente, nella stanza solo il sottofondo d’auto accompagnato dalle medesime luci che ormai mi tenevano compagnia da diversi minuti. Restai con lo sguardo fisso sull’orologio, osservai i secondi scorrere via, poi guardai le luci, e lo specchio, e Clara, e i ritratti e nuovamente me.. e capii.
La mattina seguente mi svegliai col suo respiro sul petto, le accarezzai istintivamente i capelli. Si risvegliò al mio tocco sussurrandomi il buongiorno. Non le avrei detto della notte, di quelle luci. Per lei avrei fatto finta che quel saluto fosse uno dei tanti, di tutti i giorni che ci si porta dietro volendo fortemente che sia sempre lo stesso. Tutto il sesso, le liti e le colazioni imbronciate, i viaggi e le estenuanti attese comportano la nostra routine di coppia; i guanti di pessimo gusto cuciti da sua madre, e i miei quanto mai discutibili sandali da mare mascherano le stagioni che abbiamo vissuto insieme: le colorano un po’ di noi, facendoci dimenticare che è tempo geologico che corre inarrestabile. In fondo detta così non ci piace mica tanto, allora copriamola con un soprabito più adatto.
La lasciai andare in bagno per prepararsi alla mattinata lavorativa, e guardai di sbieco il mio riflesso dal muro. Mi avvicinai, soffermandomi sul volto e sugli occhi. Il primo impulso fu quello di tirare un pugno verso quel viso che invecchiava troppo in fretta, di tirare quelle rughe che incombevano ad aggravare la cattiveria delle sopracciglia. E la mano la alzai. Ma fu per prendere il ritratto appoggiato sul mobile accanto: eravamo a Berlino, avremo avuto sì e no vent’anni. Era il nostro primo anniversario – non da sposati intendo, ci eravamo conosciuti esattamente un anno prima.
Lo posai nuovamente, e mi diressi verso il bagno. Si stava lavando i denti; sbuffai divertito alla vista di lei dallo specchio del lavandino. Il dentifricio le disegnava sulle labbra dei graziosi baffetti, che prontamente mimai con le dita. Clara mi vide nel riflesso e afferrò la schiuma da barba dal lavandino, spruzzandomene un po’ addosso, e dopo un secondo me la trovai tra le braccia. La strinsi forte, inspirando. Un intenso profumo d’eucalipto impregnava l’aria, tanto più forte quanto più premevo il mio volto accanto al suo. Nel bianco di perla del mattino abbracciai lei e tutta quell’oscurità che insieme andavamo scoprendo.

A chi scrive

Un post breve, un pensiero – che peraltro non è manco mio.
Ciò che è mio, però, è l’uso quotidiano che ne faccio; un mantra ben impresso in mente, da un paio d’anni ormai. Anche quando non scrivo.
Ho pensato di condividerlo qui perché certe cose meritano una vetrina, per quanto piccola, perché non si sa mai chi può passare di lì. Non fosse che un passante piuttosto sbadato, sulla soglia dei venti e con un’idea in testa – che poi è importante sottolineare dove si trovi, ‘sta idea, perché la tratta che porta al finale è tutt’altro che agevole. Non fosse che per dirgli queste due frasi, indicargli la strada. Che se poi non piace amen, almeno ci si è scambiati due parole. Ma se ti ci ritrovi è la fine – ci sei dentro, ti senti citato. O più che altro lo speri.
Io, semplicemente, sono contento di esserci passato.

“Imparai a mie spese che niente viene bene al primo colpo, soprattutto quando si hanno
vent’anni e non si è certo geniacci. Bisogna riscrivere, analizzare, rifare, per arrivare a
qualche risultato, soprattutto se si vogliono raggiungere l’immediatezza e la freschezza,
qualità faticosissime e per niente spontanee.”

Pier Vittorio Tondelli

Sincronismo

Era uno di quei giorni andati a male,
con troppe botte e defezioni
prese durante il trasporto;
così pensai che forse era il caso di uscire.

Scesi nel viale e me ne accesi una,
in preda a non so quale tormento.
Un tiro di getto, e via
lungo la strada che dava di fronte al parco.
Come in tutti i peggiori momenti serali,
avevo due cuffie ben salde alle orecchie,
e un cantante pronto a disarmarmi
con un sorriso.

Non gliel’avrei data vinta stavolta
pensai, svoltando nello stradone principale
che costeggiava il prato. Non stavolta.

Poi un bagliore, un tumulto rossastro
vibrante nel cielo al di sopra degli alberi.
Mi impressionò il suo riflesso nei palazzi lontani.

Decisi di accostarmi a un gruppo di persone,
che si erano fermate per l’insolito spettacolo
(non era previsto alcun festeggiamento, che io sappia).

I tiri si fecero più rilassati,
mentre le osservavo.
Avrebbero potuto parlare
tutte le lingue del mondo,
ma non ce ne sarebbe stato bisogno.

Tornai a quelle esplosioni,
che non accennavano a smettere.
Una fantasmagoria artificiale.

Lasciai cadere il mozzicone, e ripresi il cammino.
Non vi dirò che espressione avevo in volto
quando la canzone giunse all’ultima strofa.

Pura sincronia, questo è quanto.
Pensate che a me i fuochi non sono mai piaciuti.

Leucotéa

Antefatto

     Un tempo visse Ino, e di lei si narra che fosse la figlia del grande Cadmo, Re di Tebe.
Questa fu al contempo moglie di Atamante – la seconda, per la precisione. Prima di lei, l’uomo aveva conosciuto Nefele, figlia di Zeus e dea delle nubi, dalla quale ebbe due figli, Frisso ed Elle. Ino odiava a morte i frutti di un amore non suo, e decise di liberarsene.  Escogitò un grande inganno, nel quale coinvolse tutte le donne del paese: mettere in forno i semi di grano conservati per la raccolta ventura in modo che, una volta seminati, non producessero alcun germoglio. La crisi in cui ben presto versò il paese condusse Atamante all’oracolo di Delfi che, a sua volta complice di Ino, giudicò opportuno sacrificare Frisso sull’altare di Zeus. A malincuore l’uomo acconsentì, ma i suoi due figli fuggirono in tempo – grazie al materno aiuto di Nefele.

Ora, è opportuno rendere noto che gli sposi in questione ebbero due figli, Learco e Melicerte.
Quando però giunse la morte di Semele, madre di Dioniso e sorella di Ino, quest’ultima persuase il consorte a crescere il piccolo dio – nato dall’unione della sorella con Zeus – come fosse figlio loro. Ma la moglie di Zeus – Era, furiosa per l’ennesimo tradimento subito, fece impazzire Atamante.
Questi, scambiando la moglie e i figli per dei cervi, li assalì. Il più sventurato fu Learco che, finito tra le grinfie del padre, non ebbe scampo: venne gettato violentemente contro uno scoglio, e questo significò la sua fine. L’uomo si rivolse poi all’altro, Melicerte, e lo lanciò in mare.
In preda ad un disperato urlo materno, Ino si gettò a sua volta. Fu in tale occasione che, per volere di Afrodite, i due – madre e figlio – divennero divinità marine, protettrici dei naviganti in balia delle correnti: di Melicerte fu fatto Palemone, mentre di Ino, la dea bianca – Leucotéa.


Il naufragio

La nave ormai non si vedeva più. A dire il vero non si vedeva più nulla; nulla che non fosse buio, s’intende. Solo un banco di stelle più in alto sfidava incauto le nubi, che a quanto pare avevano deciso di tenersi per sé il cielo, quella notte. Eppure avevo la ferrea sensazione che stessimo tutti osservando la medesima cosa, come effetto di una sincronia che pareva non averci ancora lasciato da quando udimmo il primo scossone. Un’unica immagine si stagliava vivida dietro agli occhi, in tutta la sua inquietante franchezza. Solo ora, per la prima volta da quando eravamo salpati, l’oceano ci sembrava davvero grande.
Che scoperta direte, ma fidatevi; un conto è passeggiare sul ponte e mirarne il contrasto lontano col sole o le nubi, un altro è saggiarlo col proprio corpo, immersi in un silenzio atroce, coperto maldestramente dal fluire delle piccole onde in superficie e dagli schiamazzi atterriti degli altri, sparsi qua e là. Per non parlare poi del freddo. Quello era, a parer di tutti i presenti, l’altro nemico – forse il più grande. Fai così, resti immobile; il tuo corpo trafitto in ogni lato dall’acqua gelida, e il respiro affannoso che tenta inutilmente di scaldare gli arti più vicini alla bocca, quelle mani secche piegate a formare una piccola conca, per riscaldare di rimando il volto. Provai a distrarmi, ascoltando i lamenti degli altri. Girava voce che i superstiti allontanatisi con le scialuppe stavano per tornare. Così dicevano, devono tornare. E allora chi aveva i polmoni ancora abbastanza caldi sgorgava un urlo rauco di tanto in tanto; altri – forse quelli dell’equipaggio, strepitavano con i loro fischietti a intervalli regolari. Cosa non fa la disciplina. Il tutto aveva di per sé una certa armonia, una sorta di cadenza regolare che ben si accostava all’ondeggiare lento dell’oceano. Ma non passò molto che i suoni si fecero dapprima più flebili, e poi s’acquietarono del tutto.  Ci misi diverso tempo, prima di rendermi conto della bonaccia insinuatasi tra di noi. Anche il solo atto di mantenere gli occhi aperti – pur ridotti a fessure, costava un notevole sforzo. Altrettanto ne richiedeva la presa sul legno.
Non avrei saputo dire quanti di noi erano rimasti vivi fino a quel momento, ma a giudicare dalla stretta intorpidente sul torace, non avrei avuto ancora molto tempo per perdermi in simili divagazioni. E non sarei qui a parlarne, se non fosse stato per una donna che si trovava lì vicino a me.
Passata inosservata fino a quel momento per via delle tenebre, la udii bisbigliare freneticamente sempre le stesse parole. Stanno arrivando, ripeteva. In un ultimo riflesso di lucidità, vidi una luce stendersi tenue sopra l’acqua. Era alle mie spalle, ma diventò più intensa man a mano che la scialuppa si avvicinava, illuminando il tratto in cui mi trovavo. Da lì i ricordi si offuscarono.
Dovetti però emettere un qualche suono, perché – mi dissero poi – quella donna mi afferrò per un braccio, e fece capire ai soccorritori che anche io andavo salvato.

Scatola nera

L’ordine cromatico delle betulle d’autunno
lungo i nostri discorsi serali,
l’aria che c’era le prime volte sui treni
nelle tratte medio-lontane,
l’accorgersi poi di accelerare i passi
senza la fretta di una qualche meta,
le poche parole con cui si ama incidere
qualcosa che ci resti importante.

Il profumo che bagnava quel tuo salotto scarno,
troppo versato nei posti sbagliati
come quei sogni che si fanno in periferia
senza mai la forza di traslocarsi.

Questi gli scali del tragitto
durato tutto una fila di case,
con un cartello ben affisso alla porta

sono pronto per non tornare.

Sinfonia

Apri la finestra, mi dice mia madre.
Lo dice sempre,
che c’è il sole giusto oltre le persiane
perché non lo fai ?

Così apro la finestra
e mi appare il mondo,
e mi tocca pure ammettere che è in forma.
Chiudo persino gli occhi per quanto
brilla, poi li riapro e torno a sedermi.
Lo spettacolo ronzante non mi interessa
più di tanto, più di quanto serve.

C’è una musica ora dalle casse del computer,
e ha un che di National mi pare.
I miei escono mentre schiaccio una zanzara
che ha abusato del mio corpo per troppo
tempo, senza alcun consenso.
La musica si fa più forte mentre torno dal bagno
- o forse ho riacquistato l’udito, strana sensazione.

Ma ho deciso oggi di non perderla,
e ballo col sole di sera che mi spia da fuori, evitando
mozziconi e libri che popolano la stanza,
così piccola sul mondo ma che stoica, non cede.
Ballo tra la musica che vibra sulle acque del cesso
dove si è appena consumato il funerale di un insetto,
con la certezza che non siamo per niente soli.

Ci sono tante piccole stanze come questa,
giusto oltre le persiane.
Tante quanto ne è fatto il mondo.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.